I miei interventi in Assemblea

OGGETTO 1612

 

Delibera: «Programmazione triennale in materia di offerta di percorsi di istruzione e formazione professionale aa.ss. 2016/17, 2017/18 e 2018/19.» (Proposta della Giunta regionale in data 12 novembre 2015, n. 1709) (54)

(Discussione e approvazione)

 

BOSCHINI: Grazie, presidente. Intervengo in modo rapido per illustrare i contenuti fondamentali di questo provvedimento, che appunto definisce la programmazione triennale in materia di percorsi di istruzione e formazione professionale. Sappiamo di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di quell’offerta di percorsi triennali di qualifica che sono previsti dall’ordinamento nazionale e che sono stati normati dalla nostra Regione attraverso la legge 5 del 2011. È un sistema importante di cui forse non parliamo spesso. È importante perché tocca davvero un numero molto elevato di allievi. Stiamo parlando sostanzialmente di settantuno istituti professionali, di quaranta enti di formazione, di un’offerta di 425 percorsi nell’istruzione professionale e di 188 nella formazione. Stiamo parlando complessivamente di un sistema che tocca quasi 27.000 ragazzi, con 6.600 qualificati ogni anno. Quindi, forse è un sistema di cui non parliamo a sufficienza, anche in termini di investimento importante, oltre 50 milioni all’anno vengono messi a disposizione fra Fondo sociale europeo e altre risorse ed è forse un sistema particolarmente importante perché agisce su quella fascia d’età dell’adolescenza in cui spesso sappiamo è importante il tema del successo formativo, del contrasto all’abbandono e sicuramente questo sistema opera proprio in questa direzione.

La legge 5, come dicevo, fissa i criteri con cui avviene la programmazione dell’offerta, quindi l’atto ha questo significato, quello di fissare i criteri per la programmazione dei percorsi sul territorio. Fino a ieri questa programmazione era svolta con il contributo fondamentale delle Province e a seguito della legge regionale 13 del 2015, quindi con la revisione delle competenze amministrative fra Regione e Provincia attualmente è compito della Regione intervenire in maniera più diretta per la programmazione di questi percorsi sul territorio.

Quindi, questo atto, che è un atto di programmazione, non entra ancora nel merito a stabilire, in termini operativi, un programma che indica quali sono i percorsi, ma ne indica piuttosto i criteri e anche gli obiettivi che deve avere la programmazione che si svolge. Innanzitutto è un atto importante e anche urgente perché deve essere completato in tempo utile per le scadenze di iscrizione che, come sapete, riguardano il prossimo mese di febbraio. Quindi, è urgente licenziarlo anche per poter consentire poi alla Giunta e agli uffici amministrativi la predisposizione degli atti successivi, che sono quelli di programmazione operativa. È un atto che, però, introduce anche alcuni elementi innovativi. Credo, quindi, che risponda anche all’interesse che tutti abbiamo che questi percorsi di formazione siano sempre più rispondenti al mercato del lavoro, alla domanda effettiva del territorio, alle effettive esigenze, non tanto di chi le realizza, ma di chi poi ne deve fruire, cioè i ragazzi in primis, ma anche il sistema produttivo che ha bisogno di figure qualificate. Da questo punto di vista questa programmazione introduce una serie di criteri, che forse è il caso, seppur rapidamente, di scorrere. Il primo è quello di valorizzare da un lato l’esperienza didattica e formativa e il potenziale strumentale delle scuole e degli enti di formazione, che tradotto in italiano vuol dire partire comunque da chi ha già i laboratori, da chi ha già le competenze per agire in un settore economico, in un settore produttivo per fare quel tipo di qualifica piuttosto che un’altra, ma non vincolarci soltanto a questo perché fra i criteri individuati c’è anche quello dell’innovazione dell’offerta sul territorio.

Fra gli altri criteri importanti che voglio sottolineare c’è la semplificazione dell’offerta formativa volta a superare, ove vi siano, le ridondanze, le duplicazioni, oppure le offerte deboli dal punto di vista numerico o nel quadro complessivo di quel territorio. Quindi, mi sembra un atto di programmazione che non è assolutamente interessato soltanto alla conferma dell’esistente, che pure è largamente positiva, ma anche a fare una serie di miglioramenti e adeguamenti laddove si renderanno necessari.

In particolare, l’obiettivo è quello di garantire, a tutti i giovani che ne facciano domanda, il conseguimento della qualifica regionale – è un elemento di successo formativo, lo ribadisco, particolarmente importante – e a rafforzare le autonomie educative sul territorio, in particolare nel loro rapporto con il mondo del lavoro. Questo vuol dire che la programmazione, lo vedremo fra un attimo nei criteri, premierà anche i soggetti che sono in grado di realizzare in maniera più efficace l’alternanza fra lo studio e il lavoro, lo stage che, come sappiamo, è ordinamento da sempre nei percorsi IeFP e lo sta diventando anche attraverso la buona scuola nella scuola superiore. Attenzione perché spesso ci lamentiamo dello scarso collegamento esistente fra i sistemi formativi e il mondo del lavoro. In questo caso, invece, lo vediamo anche nei criteri di questa delibera, il rapporto fra i soggetti formativi, scuole ed enti di formazione, e mercato del lavoro è proprio uno dei criteri fondamentali per la programmazione.

L’atto concretamente propone che per quanto riguarda la programmazione dei percorsi triennali nelle scuole, negli istituti secondari e professionali, quindi anche nell’istruzione pubblica professionale, il percorso di una nuova qualifica può essere programmato soltanto se è coerente con il percorso quinquennale offerto dall’istituto, quindi se è coerente con le specializzazioni proprie di quell’istituto, se è in coerenza con il programma di sviluppo socioeconomico del territorio, in particolare se tiene conto dei possibili sbocchi occupazionali in loco, quindi vedete il radicamento rispetto al mercato del lavoro, se ci sono aule, attrezzature e laboratori idonei, perché la didattica non può essere soltanto con questi ragazzi una didattica d’aula, deve essere una didattica attiva, che vede la loro responsabilizzazione nella didattica laboratoriale, anche personalizzata, e se vi sono almeno due classi prime in maniera da non creare classi isolate, ma che ci sia davvero un’offerta riconoscibile.

Inoltre, non possono essere programmate le qualifiche eventualmente non attivate negli anni scorsi. Se una scuola aveva a disposizione quella qualifica, ma non l’ha attivata in qualche modo le viene revocata. Invece, per quanto riguarda gli enti di formazione, particolarmente importante per la programmazione è il criterio definito attraverso il riferimento al programma di sviluppo socioeconomico del territorio. Quindi, in maniera documentata devono essere presenti indicazioni sulle prospettive di inserimento lavorativo, territoriale. “Effettive e documentate” dice la delibera, quindi non stiamo parlando di un generico riferimento della formazione al sistema produttivo del territorio. Stiamo parlando, effettivamente, in modo documentato del fatto che si possono programmare i percorsi laddove c’è poi anche uno sbocco.

L’altro elemento che sottolineo, davvero importante fra i criteri di programmazione, è che possono essere programmate le qualifiche soltanto quando vi siano metodologie e modalità di apprendimento nei contesti organizzativi e lavorativi. Questo vuol dire che soltanto chi è in grado di assicurare gli stage, i tirocini, le attività sul territorio, quindi l’alternanza fra lo stare al centro di formazione e lo stare in impresa, e sappiamo quanto è importante quest’alternanza per tutto l’apprendimento, ma in particolare per i ragazzi che possono avere qualche difficoltà e qualche debolezza in più, soltanto chi garantisce questo tipo di approccio potrà programmare le qualifiche.

Infine, naturalmente, c’è il possesso delle aule, delle attrezzature e delle professionalità adeguate, che sono assicurate dal sistema di accreditamento, che è parallelo e che rimane vigente, ma che vengono ulteriormente ribadite da questa delibera, licenziando la quale daremo la possibilità alla Giunta e agli uffici di cominciare a impostare operativamente la programmazione di quella che sarà l’offerta di oltre seicento percorsi sul territorio della nostra Regione, un’offerta particolarmente importante per i ragazzi, ma anche per il sistema delle imprese.

 

OGGETTO 1124

Risoluzione per impegnare la Giunta a promuovere, anche con il coinvolgimento del CAL, un programma di interventi per favorire la partecipazione attiva dei cittadini a progetti di interesse pubblico o generale. A firma dei Consiglieri: Bertani, Sensoli, Sassi, Piccinini, Gibertoni

(Discussione e reiezione)

 

BOSCHINI: Grazie, presidente. Soltanto per confermare, anche in risposta all’osservazione che faceva adesso il collega Bertani, che il nostro sarà un voto contrario, ma non per principio, cioè non perché non ci interessi il tema del baratto amministrativo, che peraltro in questi termini forse non è definito in maniera pienamente soddisfacente, l’idea di uno scambio amministrativo di reciproco vantaggio sarebbe sicuramente più interessante e più appropriata; non perché non ci interessi il principio, non perché non ci interessi l’idea che possa essere in una chiave più generale di partecipazione. Ci è chiara la differenza, consigliere. È una chiave più generale di partecipazione. È anche espressa la possibilità che un cittadino contribuisca in qualche modo al bene comune e questa partecipazione venga trasformata in un valore, un valore economico oltre che sociale, che possa essere riconosciuto dalla pubblica amministrazione. Proprio perché c’è questo salto logico importante per cui il tema del baratto amministrativo – se vogliamo chiamarlo così, per capirci – è soltanto un sotto insieme del tema della partecipazione, ma davvero un sottoinsieme molto specifico, che richiede una normativa molto attenta, è per noi difficile oggi seguirvi su un testo che è un pochino troppo confuso, perché mette insieme cose diverse. C’è una premessa sulla partecipazione, che non si può che condividere, un forte e insistente richiamo al tema dei patti di servizio in origine su quel testo riferito al decreto legislativo n. 181/2000, poi anche con gli emendamenti più riferito correttamente alle novelle che riguardano il decreto legislativo n. 150, applicativo del Jobs Act. Sinceramente anche qui c’è una grande confusione, perché patto di servizio e baratto amministrativo sono due pianeti assolutamente diversi. In un caso è l’Amministrazione che chiede l’attivazione del cittadino al fine del cittadino medesimo, quindi un patto di servizio che ha come contenuto la formazione del cittadino, la sua attivazione sul mercato del lavoro, nel caso specifico del Jobs Act e a fronte di questa attivazione riconosce una serie di benefici, per esempio, riguardanti lo stato di disoccupazione. Quindi, è assolutamente una fattispecie completamente diversa rispetto a quella del baratto amministrativo in cui il cittadino eventualmente è chiamato ad attivarsi o esso stesso si propone, senza alcun obbligo da questo punto di vista, di attivarsi per un bene, che non è proprio, ma è comune. Quindi, anche in questo, purtroppo, la risoluzione è posta in un modo difficilmente recepibile e gli emendamenti, purtroppo, insistendo molto sul tema del decreto n. 150, del Jobs Act, finiscono per essere peggiorativi da questo punto di vista piuttosto che migliorativi.

Alcune parti del dispositivo potrebbero anche essere interessanti laddove si chiede, per esempio, che la Regione possa svolgere un lavoro di benchmark, di facilitazione delle esperienze fra i diversi Comuni, ma il punto è questo: la norma a cui si fa riferimento, che è lo Sblocca Italia – apro e chiudo una parentesi: fa piacere che ogni tanto riconosciate, non avendolo votato con grande violenza, che lo Sblocca Italia poi qualcosa di interessante lo contiene -, non è una norma sul baratto amministrativo.

L’articolo 24 ha chiaramente una natura finalizzata al recupero urbano, al recupero del territorio e in quella chiave, cercando di facilitare esperienze di recupero urbano, pone anche la possibilità per le Amministrazioni di interloquire, non a caso in via prioritaria con le associazioni, piuttosto che con i singoli. È questo un po’ il problema di fondo della risoluzione, che assume quell’articolo 24 come se fosse l’avvio di una norma sul baratto. Non lo è. È una norma per facilitare il recupero urbano. Quindi, non si tratta, come dice il vostro dispositivo, di estendere perché in maniera strana la si è tenuta più legata a una dimensione collettiva o la si è tenuta legata soltanto ai servizi di recupero urbano. Il problema è che ci manca proprio una norma su questo tema, una norma che faccia attenzione al dettato costituzionale che, vi ricordo, prevede che per qualsiasi obbligo tributario, qualsiasi obbligazione tributaria, faccia riferimento agli articoli 23 e 53 della Costituzione.

Questo vuol dire che noi dobbiamo costruire, se vogliamo effettivamente uno scambio amministrativo basato sui tributi, universalità, progressività, uguaglianza; dobbiamo definire come si fa il controllo perché alla fine bisogna verificare se vi è l’estinzione dell’obbligazione tributaria. Chi ha fatto l’amministratore sul territorio lo sa: dire se a fronte di una obbligazione tributaria tu fai un lavoro perché stai dietro a un pezzo di verde pubblico, le modalità con cui si fa la verifica, se effettivamente quel valore è stato esplicitato e se dà luogo all’estinzione dell’obbligazione tributaria sono cose che richiedono una norma organica. Quindi, se c’è volontà e disponibilità a ragionare insieme o anche con gli altri Gruppi consiliari ribadisco la disponibilità del PD a lavorare volentieri su questo. Tuttavia, con quella formulazione, purtroppo, che mette insieme cose molto diverse, il nostro voto dovrà essere per forza negativo.

 

 

OGGETTO 901

Risoluzione per impegnare la Giunta a farsi portavoce presso il Governo della proposta di determinare le fasce di reddito per il calcolo del ticket sanitario in base al reddito pro-capite e su tale parametro rivedere gli scaglioni di reddito e i relativi ticket. A firma dei Consiglieri: Paruolo,  Boschini , Rontini, Caliandro, Serri, Soncini, Prodi, Ravaioli, Rossi Nadia, Lori, Zoffoli, Marchetti Francesca, Poli, Pruccoli, Mumolo, Iotti, Montalti, Bessi, Zappaterra, Bagnari

(Discussione e approvazione)

 

BOSCHINI  Ci tenevo a intervenire perché credo che le risoluzioni in discussione in questo momento tocchino un problema che non possiamo sottovalutare dal punto di vista dell’interesse per le famiglie e per i cittadini. Non so se questo sia capitato anche ad altri colleghi, però come consigliere ricevo molto di frequente la sollecitazione sul problema dell’equità dell’impostazione attuale del tema dei ticket.

Naturalmente non stiamo parlando di situazioni di grave iniquità perché, come ricordava in fase di dibattito generale il collega Paruolo, quando la Giunta regionale, con la delibera n. 1190 del 2011, è intervenuta a seguito degli articoli 46 e 47 del DPR 485 ha già fatto uno sforzo di miglioramento sensibile rispetto alla normativa nazionale, però è rimasto il tema di come effettuare il calcolo, coerentemente con la normativa nazionale, sul reddito familiare fiscale lordo.

Ciò significa effettuare un calcolo che lascia alcune casistiche, alcune specificità che in parte sono già state richiamate dai colleghi che mi hanno preceduto e che possono determinare alcune problematiche. Ne sono state richiamate diverse.

Ne cito una, perché penso che possa essere abbastanza esemplificativa di un caso che si può determinare e che non è particolarmente raro. Quando ci troviamo in famiglie dove ci sono figli a carico, oppure dove i figli, pur conviventi, lavorano e hanno un reddito superiore ai 2.800 euro fissati come limite per essere considerati figli a carico o meno, questi effettuano in maniera autonoma la propria dichiarazione di reddito e non è raro il caso in cui finiscano per pagare un ticket fortemente inferiore rispetto alla fascia in cui spesso si vanno a inserire le prestazioni sanitarie dei figli che invece rimangono a carico.

Questo è un caso abbastanza evidente. In una famiglia dove c’è un figlio che lavora e ha un reddito, questi fa la sua computazione autonoma del ticket e di conseguenza spesso magari finisce nelle fasce più basse; viceversa, se quel figlio non lavorasse e fosse a carico con un reddito inferiore ai 2.800 euro dal punto di vista fiscale si troverebbe magari, con dei genitori che sono nel loro reddito, a pagare le prestazioni a un livello superiore. Queste sono casistiche che oggettivamente avvengono e quindi penso che l’iniziativa delle diverse risoluzioni presentate sia particolarmente utile.

Condivido molto – e lo ribadisco in sede di dichiarazione di voto – il fatto che la soluzione proposta dal Partito Democratico con la sua risoluzione, con primo firmatario il consigliere Paruolo, di cui sono stato molto volentieri secondo firmatario, sia quella di lavorare soprattutto sul tema del reddito pro-capite, che tra l’altro trova riscontro nelle normative nazionali.

Infatti, il tema del reddito pro capite è stato utilizzato in passato dalla legge n. 113 del 1994 in relazione alla modulazione dell’importo mensile degli assegni familiari. Esistono già dei chiari precedenti dove si determina in maniera netta il reddito familiare annuo pro capite, dividendo la somma dei redditi dell’anno per tutti i componenti del nucleo familiare e questo determina proprio quel tipo di calcolo a cui fa riferimento la risoluzione.

È un calcolo molto semplice che, rispetto alla soluzione dell’ISEE, non ha soltanto il vantaggio della semplicità. È vero che molte famiglie dispongono già del calcolo dell’ISEE, ma non tutte, perché magari non hanno necessità di accedere ai servizi per cui di norma si effettua tale calcolo. Inoltre, non sempre il calcolo dell’ISEE è così semplice perché ci possono essere situazioni che effettivamente richiedono la presentazione di una documentazione anche sotto il profilo delle rendite fiscali, finanziarie eccetera.

Soprattutto, c’è un elemento importante e cioè che stare con il reddito pro capite ribadisce che la prestazione sanitaria è individuale. Questo è un elemento molto chiaro nella normativa. Invece l’ISEE la ricondurrebbe all’interno di una logica familiare, creando una leggera incongruenza fra la dimensione normativa dell’accesso alla prestazione sanitaria, che è appunto individuale, e quello di un calcolo che sarebbe basato su uno strumento familiare come l’ISEE.

Anche per questo motivo, quindi, da parte nostra c’è qualche perplessità rispetto alla proposta che ci viene da una risoluzione, come quella presentata in alternativa alla nostra che, consentendo di optare fra le due soluzioni, quella del reddito pro capite e quella dell’ISEE, oltre a generare un sistema complesso e potenzialmente anche un pochino confusivo, tende a non cogliere la differenza che c’è fra la prestazione individuale e quella a carico della famiglia.

Vi è dunque un forte e sentito sostegno all’iniziativa del PD, nello spirito e nella sostanza anche alle altre iniziative, ma con questo elemento di perplessità rispetto alla possibilità di tenere aperto un doppio canale come proposto dall’altra risoluzione.

 

 

OGGETTO 1671

Progetto di legge d’iniziativa Consiglieri recante: “Modifica alla legge regionale 30 giugno 2003, n. 12 (Norme per l’uguaglianza delle opportunità di accesso al sapere, per ognuno e per tutto l’arco della vita, attraverso il rafforzamento dell’istruzione e della formazione professionale, anche in integrazione tra loro)”. A firma dei Consiglieri: Bargi, Fabbri, Rainieri, Delmonte, Marchetti Daniele, Rancan, Pettazzoni, Liverani, Pompignoli

(Discussione e reiezione)

(Ordine del giorno 1671/1 “Non passaggio all’esame degli articoli”- Presentazione e approvazione)

 

BOSCHINI: Grazie, presidente.

Vedo che il consigliere Bignami se ne va, però ci tenevo a dire una cosa in risposta a quello che diceva testé, cioè che, come al solito, dalla maggioranza arriverà semplicemente un rinvio a dire che questa legge non si può recepire perché dobbiamo fare un intervento organico.

Mi permetta, caro collega, ma farò un intervento che va dritto al merito. Visto che l’ha detto lei adesso, mi permetto di interloquire. Andrà dritto al merito, non farà riferimento a nessun rinvio e dirà, con estrema chiarezza, che questa legge è, a mio avviso, a ad avviso del Gruppo PD, irricevibile. Lo abbiamo già detto in Commissione e lo diciamo con chiarezza. Se posso rincarare la dose, dirò chiaramente che anche tecnicamente presenta delle problematiche molto serie a riprova che quando stamattina si facevano delle polemiche strumentali sulla qualità del lavoro di altri Gruppi o di altri soggetti all’interno di quest’Aula, probabilmente, come sempre, occorre anche un pochino guardarsi in casa, perché non dimentichiamoci che anche nel dibattito in Commissione la presentazione da parte del proponente di questo atto è stata particolarmente problematica e debole, addirittura più volte assente. Mi permetto, però, di entrare nel merito. La proposta è tutt’altro che una proposta da prendere sottogamba, perché è una proposta che propone di cassare un apparentemente innocuo comma dell’articolo 2 della legge n. 12/2003, nota come una delle leggi fondamentali per quanto riguarda il sistema di istruzione e di formazione della nostra Regione, il quale recita come segue, in estrema sintesi: “Gli stranieri immigrati godono di diritti di cui al comma 1, in condizione di parità con i cittadini italiani”. I diritti di cui al comma 1 sono quelli di accesso sostanzialmente alla formazione e all’istruzione in questa Regione.

È evidente che, in quanto esseri umani, anche gli stranieri godono dei diritti fondamentali della persona, e ci mancherebbe altro. Però, non mi pare affatto pleonastico e quindi non mi sembra affatto da eliminare come se niente fosse un comma che ribadisce che anche i cittadini stranieri hanno il pieno e pari diritto all’accesso alla formazione. Può darsi che in altri settori del welfare la discussione sull’accesso degli stranieri al sostegno dei servizi pubblici possa essere oggetto di qualche discussione e volentieri la faremo quando ce ne sarà l’occasione, e l’abbiamo fatta in passato. Ma in questo caso, a mio avviso, anche da un punto di vista puramente tecnico, quindi non sto sollevare problemi valoriali, sollevo un aspetto puramente tecnico, direi quasi sociologico, pensare di avere ormai nelle nostre comunità percentuali in doppia cifra di cittadini stranieri e non pensare che le politiche formative sono il fulcro dell’integrazione è un’evidente approccio miope, permettetemi, colleghi, di carattere ideologico, in cui si vuole sollevare il danno allo straniero, ma in realtà si fa il male delle nostre comunità, perché mentre si stuzzica in qualche modo una sensibilità diffusa che purtroppo qualcuno nutre nelle nostre collettività contro gli stranieri, in realtà nel limitare una norma che dice chiaramente che hanno diritto all’accesso alla formazione, stiamo occludendo, limitando e riducendo proprio il canale più importante per l’integrazione, cioè il fatto che queste persone possano nelle nostre città lavorare, vivere fianco a fianco con noi quotidianamente, con un modello di vita pienamente integrato con il nostro.

Quindi, è l’esatto contrario di quello che ognuno di noi si propone e devo dire anche la Lega. Ho sentito tante volte Salvini dire: “Io non ho niente contro gli stranieri. Chiedo solo che lavorino correttamente e che paghino le tasse”. Vogliamo che i cittadini stranieri paghino le tasse e stiano qui con noi a lavorare e, poi, riduciamo un pezzo della nostra legge che sancisce il loro pieno diritto all’accesso alla formazione e all’istruzione. Io davvero non capisco questo corto circuito. Senza alcuna vis polemica, ma con la massima serenità di cui sono capace, vi dico che lo considero un corto circuito. Considero davvero un “non senso” pensare che una norma che sancisce questa pari dignità sia un problema, se non la si vuole strumentalizzare per fini ideologici. Credo che questo sarebbe grave e ritengo che nessuno di noi voglia pensarlo.

Non abbiamo bisogno, anche se si tratta di una legge di principio, di sancire un principio in maniera più debole rispetto a come lo abbiamo fatto oggi, ossia che è utile che la nostra formazione, la nostra istruzione in questa regione sia destinata tanto ai ragazzi italiani quanto ai ragazzi stranieri o agli adulti italiani come agli adulti stranieri. È nel merito, proprio dal punto di vista della filosofia, quasi della costruzione della società del futuro, che noi dobbiamo dire di no a questa proposta.

Per quanto riguarda, invece, l’altro passaggio che propone di essere più espliciti nel dire che la formazione professionale deve essere vincolata ai risultati occupazionali (ci mancherebbe, siamo tutti d’accordo; il principio è corretto), facciamo attenzione. In realtà, dal punto di vista tecnico, questa proposta di legge omette completamente il fatto che sia già così. In base alle norme nazionali sull’accreditamento della formazione professionale, che non sono norme disponibili della Regione Emilia-Romagna, perché sono frutto di accordi in Conferenza Stato-Regioni, quindi si tratta del classico livello essenziale delle prestazioni che è compito dello Stato fissare nell’ambito dell’autonomia che il Titolo V ci attribuisce su questa materia, è chiaramente previsto dai decreti nazionali che la formazione è vincolata ad un accreditamento basato sulla valutazione dell’efficacia. L’efficacia è stata definita dalla Regione Emilia-Romagna, con la DGR n. 177/2003, il numero di allievi o di studenti, a dodici mesi dal termine del corso, che risultano occupati.

L’efficacia della formazione professionale, come richiesta dal decreto nazionale di accreditamento degli enti di formazione, in Regione Emilia-Romagna, con atto specifico della Giunta, è descritto come “efficacia occupazionale”, ossia percentuale di allievi che trovano un lavoro al termine del corso, entro dodici mesi. Questo vuol dire che già oggi è così ciò che chiedete, e lo è in maniera esplicita negli atti della Regione. Pertanto, non capisco il significato di questo atto, se non quello di voler genericamente – come, del resto, ho sentito ribadire nel corso degli interventi − adombrare l’idea che la nostra formazione professionale non serva a niente, serva soltanto a mantenere qualcuno e non abbia una reale efficacia occupazionale. Già oggi gli enti di formazione che non hanno questo livello di efficacia occupazionale prescritto dal decreto nazionale e prescritto dalla delibera di Giunta regionale, che lo recepisce, rischiano di perdere l’accreditamento, e lo perdono concretamente quando questi livelli si perpetuano.

Ribadisco anche che quella formulazione, tecnicamente, sarebbe difficile da attuare. Mentre l’accreditamento va sulle strutture, quella formulazione riguarda i singoli corsi. Come sappiamo tutti, non è possibile approvare a priori un corso in base ai risultati occupazionali che si produrranno necessariamente ex post, né è vero che tutti i corsi si ripetono uguali nel tempo, così da poter riapprovare un corso in base al risultato che ha dato nell’anno precedente. Anche per il fatto di non poter dare per scontato che tutte le attività di formazione professionale siano valutabili in base a quello che hanno fatto per il passato, perché − vivaddio − si producono anche nuove qualifiche e nuovi percorsi, è evidente che l’unica strada è quella dell’accreditamento dell’ente e di avere, fra i criteri di accreditamento, quello del risultato occupazionale. Però, è già così.

Spero di aver sufficientemente dimostrato che il Partito Democratico è perfettamente in grado di rigettare una legge, quando è il caso di rigettarla, con argomenti − credo – circostanziati.

 

 

 

OGGETTO 1966

Delibera: «Documento di programmazione triennale 2016-2018 del servizio civile.» (Proposta della Giunta regionale in data 11 gennaio 2016, n. 13) (63)

(Discussione e approvazione)

 

BOSCHINI: Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola.

La presentazione di questo atto è particolarmente interessante e importante, innanzitutto perché andiamo ad attuare una norma di legge. Mi riferisco a quanto previsto nell’articolo 7 della legge regionale n. 20/2003, proprio in materia di valorizzazione del servizio civile. L’articolo 7 prevede l’approvazione di un documento di programmazione triennale, ed ecco il documento di cui ci occupiamo in questa occasione. Si tratta di un documento che in passato non è stato possibile sviluppare con questa modalità. Credo, dunque, che questo rappresenti anche un importante passo avanti nell’attuazione della politica inerente al servizio civile, che credo stia a cuore a molti di noi.

Questo documento, come previsto dalla legge, interviene per definire una serie di settori prioritari per lo svolgimento del servizio civile, i criteri di ammissione dei volontari, le forme di riconoscimento e incentivazione del servizio medesimo, i tempi e le modalità di attuazione della programmazione regionale, le priorità e i criteri generali per l’ammissione dei progetti. In qualche modo, quindi, rappresenta l’elemento di indirizzo che fa da quadro ai bandi che successivamente si realizzano per l’attuazione del servizio civile.

Vorrei dire due parole sull’importanza di questo istituto, che nel nostro dibattito – credo − dobbiamo ormai considerare staccato dal tema storico, da cui pure assolutamente è nato, ossia l’obiezione di coscienza al servizio militare. Ormai sarebbe un dibattito assolutamente fuori tempo massimo, dal momento che da più di dieci anni, da quando non esiste più il servizio di leva in Italia, il servizio civile è staccato dal problema dell’obiezione di coscienza. Rimane, invece, collegato al tema dell’articolo 52 della nostra Costituzione, che considera un dovere difendere attivamente il nostro Paese. Da tempo, ormai, diverse norme sanciscono il fatto che il concetto di difesa avviene a più livelli, naturalmente con l’importante e imprescindibile difesa legata alle forze di sicurezza, ma anche con l’importante difesa che si svolge con l’impegno sociale, con l’impegno civile, con l’impegno non violento, tutti elementi che vanno affiancati e non contrapposti.

Credo che nella nostra Regione, in particolare, ci sia un valore in più che dobbiamo sottolineare. Il servizio civile rende possibile avvicinare ogni anno migliaia di giovani ad un’esperienza inerente al volontariato, inerente al servizio alle persone, al servizio nel settore della cultura, dell’ambiente. Sappiamo benissimo che dai ranghi del servizio civile, negli anni, sono spesso usciti i quadri dirigenti o i volontari che, nel tempo, hanno dato continuità all’esperienza del volontariato e dell’associazionismo di molte realtà che, come sappiamo, sono fondamentali per la vita del nostro territorio, delle nostre comunità, per l’assistenza alle persone, per il tema dell’ambiente, per il tema della cultura e via elencando.

In qualche modo, avvicinando i giovani a queste tematiche, il servizio civile continua a svolgere un lavoro fondamentale, ossia dare ampiamento e prosecuzione a quella tradizione di impegno civile, di impegno civico, propria delle nostre comunità, delle grandi città, come dei piccoli paesi. Rappresenta, quindi, un modo per dare continuità a questo straordinario capitale sociale. Non lo abbiamo detto noi, ma lo hanno detto, in molte occasioni, importanti ricerche sociologiche sulla nostra realtà regionale. È proprio una delle specificità e, credo, anche uno degli elementi di particolare qualità del nostro tessuto sociale. Il servizio civile, dunque, come strumento per dare ancora riproduzione e continuità a questo patrimonio fondamentale, ossia il capitale di socialità e l’impegno per gli altri, che ogni giorno realizzano decine di realtà e di sigle nei nostri Comuni, nei nostri paesi.

Come sappiamo, si tratta di una realtà importante che tocca circa 355 enti. Siccome l’accreditamento avviene anche per enti “raggruppati fra di loro”, in realtà, le sigle sono più di 400. I posti finanziati ogni anno – in riferimento all’ultima annualità, quella del 2015 – sono 2.067. Come sappiamo, negli anni vi è stata una riduzione, da quando, nel 2006, è iniziata la nuova configurazione del servizio civile. In origine, per esempio, il servizio civile nazionale contava in regione Emilia-Romagna oltre 2.600 posti finanziati nel 2006, poi scesi a 600 nel 2011 e nel 2015 risaliti a oltre 1.200. Sappiamo che negli ultimi due anni, però, i dati sono da considerare accorpati, in quanto le programmazioni sono state di carattere biennale.

Al fianco del servizio civile nazionale, grazie alla nostra legge regionale, da tempo opera un servizio civile regionale che fino al 2007 ha mosso più di 1.100 posti finanziati, anche in questo caso con una discesa graduale nel tempo, ma anche con una ripresa rispetto, per esempio, ai 490 posti del 2011 e ai 770 dell’anno scorso.

Credo sia importante confermare l’impegno teso a dare continuità a questi numeri e, se è possibile, a incentivarli. Non soltanto il Governo nazionale ha assunto impegni in questo senso, ma credo vada sottolineato ancora di più l’impegno concreto già realizzato dalla Giunta regionale, che già nel bilancio dell’anno scorso ha portato da 507.000 − che rappresenta l’importo “storico” dell’investimento per il servizio civile regionale − a 600.000 gli euro a disposizione per i posti da finanziare e per i progetti, quindi con un netto +20 per cento che credo rappresenti tangibilmente, più di tante parole (sicuramente, più delle mie), l’impegno concreto che questa Regione vuole continuare a mantenere sul servizio civile, proprio per quei valori che sommariamente ho provato prima ad elencare e che esso rappresenta.

Le domande provengono per oltre il 60 per cento da ragazze. Anche questo credo sia un elemento fondamentale che testimonia che, ormai, il tema è largamente scollegato da altre considerazioni del passato e rappresenta, invece, un grande valore di impegno civile. Se esiste un elemento di criticità, credo vada individuato nel fatto che a troppe domande non siamo ancora in grado di fornire una risposta. Soltanto un terzo delle domande può essere accolto dalla somma del servizio civile nazionale e del servizio civile regionale sulla nostra regione.

Siccome il tempo stringe, passo ad illustrare alcuni aspetti più operativi, che rappresentano effettivamente gli elementi di indirizzo di questa programmazione triennale. Il primo elemento − li posso sottolineare, non posso certo affrontarli tutti nel tempo a disposizione − è quello di rimanere con una programmazione che abbia al centro la dimensione provinciale affidata ai CO.Pr.E.S.C.. Credo che questo sia un elemento per mantenere una forte programmazione di tipo territoriale, proprio perché il valore è quello dell’ancoramento al territorio.

La programmazione triennale rafforza ulteriormente i temi della formazione e dell’aggiornamento, anche al di là di quanto è già obbligatoriamente previsto per l’accreditamento.

Un tema importante è quello relativo all’apertura del servizio civile al tema del disagio, al tema delle fragilità. È un importante strumento di integrazione sociale e di partecipazione di persone che possono avere un disagio di tipo personale o socioeconomico. Questa rappresenta una delle specificità su cui il servizio civile regionale ha operato maggiormente in passato e che viene confermato come elemento di impegno in questa programmazione.

Questa programmazione contiene anche una semplificazione, con l’impegno a rendere più semplice la presentazione dei progetti, anche attraverso gli strumenti dell’informatizzazione e della banca dati, che penso potranno diventare strumenti importanti nel tempo per il monitoraggio. Mi sembra da sottolineare, fra gli elementi di valore di questo programma triennale, la co-progettazione, quindi l’idea di andare sempre più verso un’integrazione della progettazione in forma associata, verso lo stesso accreditamento in forma associata fra gli enti, che rappresenta un elemento di valore in quanto consente la non parcellizzazione di queste esperienze e offre la possibilità di renderle realmente incisive, organiche e integrate sul territorio.

Mi sembra molto importante la scelta, proposta dalla Giunta, di incentivare le scelte del servizio civile. Possono essere più materiali o anche più simboliche, ma non per questo meno importanti. Più materiale potrebbe essere, ad esempio, il tema − che mi piace ricordare – dell’importanza di considerare l’esperienza di servizio civile fra gli elementi di curriculum da valutare per l’accesso ai ruoli regionali, naturalmente nell’ambito delle procedure di selezione del personale. Ancora di più, penso sia importante, come dimensione simbolica, la scelta di dare continuità all’esperienza del giorno di celebrazione del servizio civile, in occasione del 15 dicembre, data della legge istitutiva storica del servizio civile nel nostro Paese. Non credo sia soltanto un elemento esteriore. Credo sia un modo concreto con cui le Istituzioni testimoniano di essere vicine a questi giovani, a questi ragazzi dai diciotto ai ventinove anni che si impegnano. Per la verità, il servizio civile regionale consente anche − almeno sulla carta − l’impegno degli adulti e anche dei minori.

Si tratta di un segnale che può essere offerto, a trecentosessanta gradi, alla nostra popolazione a riconoscimento dell’impegno che viene elargito per gli altri e per le comunità attraverso questo istituto.

L’elemento che voglio sottolineare con più forza riguarda il cofinanziamento. Ci siamo accorti che è necessario impegnare le risorse nel modo migliore per fornire più risposte possibili alle domande. Il cofinanziamento, quindi la premialità che questa programmazione triennale prevede per i progetti che necessitano di un cofinanziamento privato o, addirittura, di un auto-finanziamento, rappresenta un ulteriore elemento affinché le risorse pubbliche facciano da piede, ma possano anche essere uno strumento per attrarre altre risorse.

In conclusione, ritengo importante anche il tema del monitoraggio che, seppure con un po’ di prospettiva, il programma triennale evidenzia. È un atto molto importante perché, oltre a dare piena attuazione alla legge regionale, ribadisce l’importanza per le nostre comunità degli impegni di questi giovani. Credo sia un grande investimento per il futuro della qualità civica delle nostre comunità.

 

 

OGGETTO 1395

Risoluzione per impegnare la Giunta a chiedere al Governo un modello inclusivo per affrontare le crisi umanitarie e contrastare l’ISIS, anche tramite il ruolo dell’ONU, a sostenere in ogni sede il ruolo dell’Europa per facilitare il dialogo tra Russia e USA superando gli strumenti sanzionatori, a chiedere alla Commissione Europea l’istituzione di un fondo comune speciale tra gli Stati al fine di ammortizzare le ingenti perdite subite dagli imprenditori colpiti dalle contromisure russe, adottate a seguito delle sanzioni euro-statunitensi. A firma dei Consiglieri: Bargi, Fabbri, Rainieri, Delmonte, Marchetti Daniele, Rancan, Pettazzoni, Liverani, Pompignoli

(Continuazione discussione e reiezione)

OGGETTO 2507

Risoluzione per impegnare la Giunta a invitare nelle sedi di confronto Stato Regioni il Governo ad attivarsi nelle sedi comunitarie affinché l’Unione europea riveda la propria posizione nei confronti della Russia, a sostenere ogni attività diplomatica volta a supportare la ripresa del dialogo fra le parti e a scongiurare il rischio di un incremento della tensione internazionale. A firma dei Consiglieri: Sensoli, Bertani, Sassi, Gibertoni

(Continuazione discussione e reiezione)

 

BOSCHINI: Grazie, presidente. Noi abbiamo guardato con grande attenzione il testo della risoluzione proposta dai colleghi della Lega e, stamane, anche la risoluzione collegata proposta dai colleghi del Movimento 5 Stelle. Il tema è interessante ed esiste. Pertanto, non vogliamo partire dal presupposto che questo sia un tema da non prendere seriamente in considerazione.

Al tempo stesso, non nascondiamo che le formulazioni che ci vengono proposte le riteniamo insufficienti e non in grado di affrontare la tematica in maniera corretta. Qual è il punto? Naturalmente, siamo tutti d’accordo sul fatto che le nostre imprese stanno soffrendo significative difficoltà nei rapporti commerciali con la Russia. I dati − come viene più volte richiamato − sono in parte contraddittori. Non scriverei, come scrive il Movimento 5 Stelle, che regna il caos più totale. Ci sono dati abbastanza consolidati per quanto riguarda il calo dell’export nazionale, che riguarda più o meno un valore, sul 2014, di circa il 17 per cento sul fatturato dell’anno precedente (2013) rispetto al fatturato del rapporto commerciale italo-russo.

Anche per l’Emilia-Romagna, l’ERVET, di recente, sui dati 2015 dell’export regionale, ha fornito indicazioni che sintetizzerei in questo ordine di grandezza: la Russia è un partner importante, ma è il nostro nono partner (non il primo). Complessivamente, oggi il valore che possiamo stimare di perdita si attesta attorno al 25 per cento, 2015 su 2014, degli interscambi commerciali per la nostra regione. Se lo riportassimo in valori assoluti, potremmo dire che vi è un valore importante che si avvicina, probabilmente, ai 500 milioni.

Dove si trova il punto del caos che, in qualche modo, qualcuno voleva richiamare, ma che, a mio avviso, non si è verificato fino in fondo? Sta nel fatto che non basta dire che c’è un interscambio ridotto per indicarla come una perdita netta del nostro sistema economico. Molto spesso, in realtà, le esportazioni che non si indirizzano verso un Paese si indirizzano − non è sempre così, però − verso altre realtà.

Facciamo un esempio. Nel settore alimentare, complessivamente, c’è stato un calo pari a circa 25 milioni delle esportazioni italiane verso la Russia e sappiamo che queste hanno messo in difficoltà molti dei nostri operatori economici. Nello stesso anno (2015), c’è stato un incremento del +26 per cento delle esportazioni verso gli Stati Uniti e, addirittura, un +48 per cento delle esportazioni verso la Cina. Questo vuol dire che, in parte, esiste un effetto di sostituzione. Per cui, fortunatamente, non tutta la perdita di esportazione verso la Russia rappresenta una perdita economica netta, ma in parte viene recuperata attraverso la sostituzione su altri mercati. Chiaramente, questo discorso non vale per tutti i settori. Può valere per l’agroalimentare, in parte, che ha una produzione abbastanza definita, ma sappiamo per certo che sul turismo e, in particolare, sul tessile o su alcune altre imprese che hanno addirittura la sede operativa in Russia (come il gruppo Concorde, la Carpigiani, la WAM di Cavezzo e la Saqui) possono esserci stati problemi maggiori.

Il punto su cui non riusciamo a concordare con i testi proposti dall’opposizione è sostanzialmente questo: non possiamo dimenticare quali sono le matrici e i motivi per cui si è arrivati a queste sanzioni. Non si possono registrare semplicemente come un problema di carattere economico e che va al più presto superato. Certo, noi lo auspichiamo, perché testimonierebbe un quadro internazionale fortemente migliorato, però dobbiamo ricordare che nel marzo 2014, introducendo queste sanzioni, il Parlamento Europeo definì “atto di aggressione” quanto stava avvenendo in Russia nei confronti dell’Ucraina e che allora si richiamò chiaramente il fatto che il memorandum di Budapest del 1994 affidava proprio alla Russia il compito di salvaguardare l’integrità territoriale dei Paesi provenienti dall’ex Patto di Varsavia.

Vi è una responsabilità a livello multilaterale e internazionale. Noi pensiamo che ogni ragionamento sulle sanzioni vada legato a questo. Non può essere semplicemente un’iniziativa di tipo economico – auspicabile, ripeto − che ci rende sicuramente attenti ai problemi delle nostre imprese, appartenenti all’Emilia-Romagna, auspicando il superamento. Sto pensando, per esempio, ai due luoghi fondamentali del multilateralismo che riguardano il nostro Paese. Il primo luogo è la sede NATO. Il Segretario generale NATO Stoltenberg, nei giorni scorsi, ha auspicato la ripresa, entro l’estate, dell’attività del Consiglio NATO-Russia. Di fronte a una situazione del genere, ci potremmo trovare qui per dire: “È il momento, di fronte a qualche primo passo, per cercare di prendere atto che è cambiato l’atteggiamento della Russia nel quadro internazionale e che le sanzioni non hanno più senso”. Le sanzioni non hanno senso, magari, dal punto di vista economico, ma lo hanno dal punto di vista politico.

Penso anche alla presa di posizione della Mogherini, di pochi giorni fa, riferita alla riunione dei ventotto ministri degli esteri che si è tenuta a metà marzo, dell’Unione Europea, che ha espresso cinque precise linee guida per la conduzione dei rapporti multilaterali con la Russia e che ha chiamato, chiaramente, la Russia al rispetto degli accordi di Minsk. Finché non si realizza pienamente il rispetto di tali accordi, evidentemente, diventa difficile esprimerci completamente a favore per il superamento di una misura che – lo ripeto − è dolorosa, ci preoccupa, però al tempo stesso, ha una motivazione non solo di tipo economico, ma anche di tipo politico.

Il collega Bargi ha sminuito la problematica dicendo: “In fondo lo sappiamo. Questo problema è esistito fra Stati Uniti e Russia. Gli Stati Uniti ci trascinano lì, alle sanzioni che noi non vogliamo”. Questa non può essere la posizione del Partito Democratico perché non è la posizione dell’Unione europea, non è la posizione dell’Italia nei tavoli internazionali, quindi non può essere la posizione che noi andiamo, in questo momento, a sostenere con questo tipo di pronunciamenti.

Come dichiarammo ai tempi dell’emendamento all’oggetto 800, auspichiamo che si faccia ogni atto per andare verso condizioni in grado di rimuovere questo embargo e queste conseguenze economiche. Tutto questo, però, deve prendere l’avvio da un ragionamento di tipo internazionale, di tipo politico che, purtroppo, negli atti presentati non vedo assolutamente presente.

 

PRESIDENTE (Rainieri): Non ho più iscritti in discussione generale.

Passiamo, quindi, alle dichiarazioni di voto.

 

 BOSCHINI : Grazie, presidente. Intervengo in dichiarazione di voto per ribadire alcune cose.

Ho l’impressione di essere stato attento – lo volevo dire alla collega Sensoli – e non mi pare di essere stato disattento, però mi pare che oggettivamente non si possa dire che il testo che ci è stato proposto oggi sia dalla Lega che dal Movimento 5 Stelle sia un testo che si limita, come lei ci ha appena detto, a trattare il tema di come dare un supporto alle nostre imprese, perché non è così.

Il vostro testo impegna la Giunta regionale “ad attivarsi nelle sedi comunitarie affinché l’Unione Europea riveda la propria posizione nei confronti della Russia, tenuto conto che, rispetto al 2014, le condizioni geopolitiche sono completamente cambiate”. È una valutazione di politica estera. Non solo: “a sostenere in sede multilaterale ogni attività diplomatica volta a supportare la ripresa del dialogo fra le parti”. Questa è una cosa che anch’io auspico. Fra l’altro il termine “multilaterale” l’avete scritto voi. Io l’ho soltanto usato. Quindi, se poi lo fate leggere a qualcuno non vorrei che le uova arrivassero a voi. Lo dico perché non mi pare così vero che la discussione sia solo una discussione su come far avere 2 euro di risarcimento alle nostre imprese. Qui ci sono delle risoluzioni. Altrettanto vale per quella della Lega che recita: “Si impegna la Giunta a rivendicare in Conferenza Stato-Regioni e in Commissione Affari europei e internazionali un maggior ruolo dell’Europa nel facilitare il dialogo tra Russia e Stati Uniti”. Quindi, in qualche modo, si afferma che l’Europa non ha avuto un ruolo sufficiente in questa storia. Ancora: “Chiedere al Governo italiano un modello inclusivo nell’affrontare la gestione delle crisi umanitarie internazionali”. Fra l’altro, questo tema viene citato nel titolo, ma nel testo non c’è neanche.

Onestamente faccio un po’ fatica – non credo di essere stato disattento – a vedere soltanto una proposta d’intervento puramente di sostegno economico alle imprese in difficoltà che, torno a dire, noi abbiamo ben presenti e che sono assolutamente al centro della nostra attenzione.

Quindi, avendo dato un’impostazione così di politica estera a queste due risoluzioni, questa analisi io la trovo assolutamente carente sui punti che ho già detto e che ribadisco in sede di motivazione. Come è stato detto chiaramente anche da più interventi, qualcuno ritiene che l’Italia sia stata trascinata dagli USA, qualcuno dalla Merkel. Noi non la pensiamo così. Pensiamo che l’Europa abbia svolto il proprio ruolo, che l’Italia si sia mossa all’interno della sua cornice multinazionale di riferimento, multilaterale.

Ho citato la NATO, che è un primo riferimento per le questioni militari. Ho citato la Mogherini per quel che riguarda la presa di posizione sulle linee guida dell’Europa 28. Per noi l’Italia deve fare politica estera lì dentro, non è che può andare a spasso liberamente per il mondo come se fosse una superpotenza. Deve stare dentro quest’approccio bilaterale e multilaterale. Aggiungo che sulla chiave bilaterale, il ministro Martina ha incontrato il suo omologo russo a gennaio 2016 e ha parlato di questo. Formulare un auspicio che l’Italia comincia a muoversi come se nulla si stesse facendo, secondo noi, è il punto veramente sbagliato dell’impostazione di queste risoluzioni. Dove, invece, le condividiamo e dove, se vogliamo, possiamo provare a lavorare per il futuro? Sul punto in cui effettivamente si cerca di dare una mano all’export, soprattutto per quelle imprese che singolarmente magari sono state più colpite e non hanno avuto la possibilità di sostituire il mercato russo con altri mercati, perché quello era il loro mercato di elezione o dove si difendono le filiere e si cerca di gestire comunque le problematiche eventualmente dei prodotti che avanzano rispetto al mancato export verso la Russia.

Se il ragionamento diventa di quel tipo, ma deve essere di quel tipo, e qui non c’è, allora siamo disponibili a ragionare sapendo, però, che di sostegno all’export, di sostegno alle filiere, già ragioniamo in tanti altri contesti (i bandi della Regione, le iniziative che facciamo sul POR-FESR) e se c’è volontà di fare qualcosa di più specifico noi su questo ci siamo.

 

 

SESSIONE EUROPEA

 

OGGETTO 2408

Relazione per la Sessione Comunitaria dell’Assemblea legislativa per l’anno 2016, ai sensi dell’art. 5 della L.R. n. 16/2008

OGGETTO 2616

Risoluzione proposta dal Presidente Pompignoli, su mandato della I Commissione, recante: “Sessione europea 2016. Indirizzi relativi alla partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla fase ascendente e discendente del diritto dell’Unione europea”.

(Discussione e approvazione)

(Risoluzione oggetto 2683 – Presentazione, discussione e reiezione)

 

 BOSCHINI : Grazie, presidente. Con la speranza di semplificare il lavoro e guadagnare qualche minuto, esprimo la posizione del Gruppo PD relativamente a tre emendamenti, lasciando poi al collega Pruccoli la facoltà di intervenire sul secondo emendamento.

Ebbene, esprimiamo parere favorevole rispetto al primo emendamento, in quanto raccoglie in maniera più completa la terminologia proposta dal programma di lavoro della Commissione europea per il 2016. Ci sembra utile, effettivamente, avere una citazione completa di tutti e tre i settori menzionati dal programma della Commissione, vale a dire agricoltura, edilizia e decarbonizzazione dei trasporti. Pertanto, il nostro voto sarà favorevole.

Rispetto al terzo emendamento, che interviene in maniera più corposa sul tema del reddito di cittadinanza, naturalmente non possiamo che essere culturalmente a favore di questo approccio, anche perché, come è noto, la nostra Regione, come anche il Governo nazionale, sta lavorando su questi temi, anche se li sta declinando in maniera diversa in ordine soprattutto al tema del reddito di solidarietà. Tuttavia, riteniamo che la formulazione proposta non renda pienamente ragione del lavoro in essere. Si citano la Grecia, l’Ungheria e l’Italia come se fossero gli unici Paesi completamente privi di politiche che correlano direttamente la ricerca attiva del lavoro al sostegno al reddito e che, quindi, uniscono prestazioni di sostegno al reddito con la disponibilità di misure di politiche attive del lavoro. Non è evidentemente così. Non abbiamo un reddito di cittadinanza così definito oggi in Italia, ma da molti anni, addirittura dal decreto legislativo n. 181/2001, in Italia ci sono strumenti che correlano il possesso dello stato di disoccupazione e, quindi, l’attivazione delle persone con i benefici economici, per esempio, legati all’indennità di disoccupazione. Ancora recentemente, i decreti attuativi del Jobs Act, in particolare il decreto legislativo n. 150, ha strettamente connesso l’accettazione di una congrua offerta di lavoro e il patto stipulato con i servizi competenti, in particolare con i servizi per il lavoro, rispetto al tema della possibilità di accedere alla NASPI e all’ASDI e, quindi, all’assegno di disoccupazione e alle nuove forme di assicurazione sociale.

A ciò si aggiunga che il Governo sta lavorando da molto tempo al sostegno per l’inclusione attiva (SIA), una forma di inclusione che presuppone l’attivazione delle persone che è già stata approvata a gennaio. Peraltro, al riguardo sono già stati introdotti 600 milioni di euro nella legge di stabilità 2016, con l’impegno del Governo a portarlo a regime in maniera più consistente nel 2017. Addirittura, si è posto il target di un milione di persone in povertà assoluta raggiungibili, e oggi la precedenza viene data alle famiglie con minori, che sono, come emerge dalle statistiche, le persone con maggiore frequenza di povertà assoluta.

Tutto questo per dire che la formulazione che sembra presentare l’Italia come completamente priva di uno strumento di questo genere ci sembra non corretta e soprattutto non tiene conto del fatto che la Regione Emilia-Romagna, come già più volte annunciato dal presidente e anche dalla vicepresidente Gualmini, è al lavoro concretamente su questi temi in questi giorni. Pertanto, questa formulazione, pur condividendone lo spirito, ci pare non accoglibile nel merito, perché non tiene conto dell’importante lavoro politico in essere.

Rispetto all’ultimo emendamento, che tratta il tema del glifosato, ricordo che il Governo è al lavoro. Il ministro Martina e la ministra Lorenzin hanno più volte annunciato che intendono dare luogo a un piano nazionale per il “glifosato zero” in Italia, anche se proprio in questi giorni l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno più volte ribadito che non c’è ancora una certezza assoluta. Ebbene, se si può ipotizzare che la FAO possa anche assumere una posizione prevalentemente interessata alla produzione di alimenti nel mondo, è certamente indiscutibile che l’OMS abbia, invece, grande attenzione alla loro salubrità, e quest’ultima si è pronunciata precisando che non vi è ancora una certezza assoluta rispetto alla natura cancerogena di questa molecola.

Considerato, quindi, che il Governo è al lavoro e che le organizzazioni internazionali si stanno pronunciando in maniera anche complessa, riteniamo che sia utile attendere la conclusione, anche in sede di Unione europea, della valutazione di questi aspetti. Pertanto, una formulazione come se tutto fosse ancora all’anno zero, come quella riportata in questo emendamento, non ci pare corretta.

 

 

 

 

 BOSCHINI : Grazie, presidente. Voglio dedicare il mio intervento alla risoluzione oggetto 2683, ma vi confesso che, dopo questo intervento, diventa difficile non provare a dedicare almeno un minuto a dare un senso a questo dibattito, che credo sia completamente diverso da quello appena ricostruito dal collega della Lega Nord.

Noi abbiamo assistito, questa mattina, a un dibattito che riconferma l’importanza e la centralità della prospettiva europea per la vita quotidiana dei nostri cittadini. La ricostruzione secondo cui l’Europa demolisce la vita economica delle imprese o dei cittadini è assolutamente grottesca e semplificante.

Oggi abbiamo avuto la testimonianza come, su tutti i temi messi in discussione, l’Europa ha svolto e svolge un ruolo essenziale e imprescindibile. Il partenariato europeo, in tutte le sue forme, è una ricchezza, frutto dei decenni che ci separano dalla Seconda guerra mondiale, che noi dobbiamo sentire il dovere di trasmettere non soltanto conservata ma arricchita alle generazioni e ai nostri figli.

Abbiamo parlato di terremoto, abbiamo parlato nella nostra risoluzione, che voteremo convintamente, di tantissimi temi economici, che vanno dall’agricoltura alla cooperazione economica, al commercio. Sappiamo che l’Europa è fondamentale per la vita dei nostri studenti, sappiamo che l’Unione europea è fondamentale per la cooperazione, è fondamentale per la cooperazione più complessiva all’interno del nostro continente. Sappiamo che è fondamentale anche per fronteggiare i temi storici, come quello della migrazione, che non può essere banalizzato parlando genericamente di “falsi profughi”. Sappiamo che siamo di fronte a fenomeni storici reali, dai quali non potremo uscire se non insieme, perché l’idea che un Paese, alzando le barriere, possa scaricare le responsabilità sul Paese di fianco è una visione miope, che può essere utile per condurre una campagna elettorale, ma non può essere utile per risolvere problemi storici ed epocali ai quali siamo di fronte.

Emerge con evidenza dalla crisi delle migrazioni che o ne usciremo insieme come Europa o non ne uscirà nessuno. Pertanto, le soluzioni indicate sono evidentemente soluzioni buone soltanto per una campagna elettorale. Lo dico perché questo ci testimonia, ancora una volta, il senso di questo dibattito, che desidero sintetizzare con queste parole: abbiamo bisogno di più Europa e di un’Europa più forte, non di meno Europa e non di meno euro. Non c’è altro da aggiungere.

Vado al merito della risoluzione oggetto 2683, che ci viene proposta su un tema molto importante, vale a dire la situazione in Siria. Trovo anche un po’ contraddittorio che si banalizzi in questo modo il tema dei profughi e poi si vada a firmare in blocco una risoluzione di questo genere, che invece riconosce la drammaticità della situazione siriana. Noi siamo assolutamente d’accordo con questa valutazione. Così come siamo d’accordo che in questo momento le sanzioni sono anche un fattore di sofferenza per la popolazione, come è stato sottolineato non soltanto dall’iniziativa su Change.org che viene richiamata dalla risoluzione, ma anche da diverse voci autorevoli, tra le quali cito quella di Papa Francesco. Però, è evidente che chi ha mosso e utilizzato lo strumento delle sanzioni aveva chiara la situazione della Siria, che non può essere semplicemente letta come in questa risoluzione. È evidente che le sanzioni servono a tenere al tavolo delle trattative un interlocutore fondamentale, come è Assad, del quale in questa risoluzione non si parla, anche se più volte abbiamo detto che non può essere quel tipo di regime che ha sparato più volte sulla sua popolazione la soluzione verso cui andare. Quindi, è evidente che una risoluzione deve – e purtroppo questa non lo fa – parlare dei colloqui di pace che si sono tentati a Ginevra nei mesi scorsi, dell’inviato speciale dell’ONU per la Siria, Staffan De Mistura, tra l’altro una figura che in Italia conosciamo bene e stimiamo profondamente, che ha più volte richiamato Russia e mondo arabo a non assumere atteggiamenti che portino a un’accelerazione del conflitto ma, al contrario, a farsi parti attive affinché possano essere portati ai tavoli di pace tutti gli interlocutori di quel teatro così drammatico. È in questo contesto che va posto il ragionamento su “sanzioni sì, sanzioni no”.

Noi siamo favorevoli al fatto che ci sia un riesame delle sanzioni, soprattutto nella misura in cui queste dovessero davvero – ed è probabilmente così – incidere sulla popolazione civile, ma torno a dire che non si può parlare di abolizione di sanzioni tout court senza fare riferimento a un processo più complessivo di pace, altrimenti sarebbe riduttivo. Quelli sono strumenti che, in alternativa all’uso delle armi, servono a tenere e, per quanto possibile, a richiamare al dovere del confronto per la pace i principali interlocutori, in questo caso in particolare Assad, che in questa risoluzione, che ci rendiamo conto, come sempre, essere molto filorussa, come tutte le proposte di politica estera che ci vengono dalla Lega, è un interlocutore che non si può non citare.

Per queste ragioni, non possiamo votare a favore di questa risoluzione, pur condividendone alcuni elementi e lo spirito.

 

 

 

OGGETTO 2652

Delibera: «Programma triennale delle politiche formative e per il lavoro.» (Proposta della Giunta regionale in data 12 maggio 2016, n. 646) (75)

(Discussione e approvazione)

 

Guarda il video del mio intervento

 

OGGETTO 2671

Delibera: «Programma di iniziative per la partecipazione della Giunta regionale 2016 contenuto nella relazione annuale 2015 sui processi partecipativi in Emilia-Romagna.» (Proposta della Giunta regionale in data 16 maggio 2016, n. 684) (77)

(Discussione e approvazione)

 

Guarda il video del mio intervento

 

Nel prosieguo della discussione su tale Oggetto, puoi leggere il mio ulteriore intervento

 

PRESIDENTE (Rainieri): Stiamo per distribuire il subemendamento pervenuto a seguito dell’accordo raggiunto tra il consigliere Boschini  e il consigliere Bertani. Nel frattempo, do la parola al consigliere  Boschini .

 

 BOSCHINI : I super-emendamenti sono quelli che superano probabilmente le venti pagine, mentre questo forse non supera le venti parole.

Grazie, presidente. Intervengo in sede di dichiarazione di voto per esprimere il nostro orientamento, ma anche per formulare una breve replica al dibattito generale.

Credo che sia interessante vedere come questo dibattito in fondo ci ha permesso anche di far emergere alcune idee diverse circa il concetto di democrazia che caratterizzano le diverse forze politiche, e questo – vivaddio – è anche una delle ricchezze della democrazia e anche della partecipazione. Credo che ci diamo tutti la buonafede come presupposto, e se non fosse così probabilmente non saremmo qua e non ci rispetteremo quotidianamente, pur nella diversità delle opinioni nel lavoro che portiamo avanti.

È apparso evidente che c’è chi pensa che la partecipazione debba essere qualcosa che sempre di più vada a sostituirsi alla democrazia rappresentativa, consentendo la decisione diretta da parte del cittadino. Può darsi che il mondo che abbiamo davanti ci riservi questo. Le forme della democrazia elettronica probabilmente evolveranno in questa direzione. Sappiamo che in America ci sono già esperienze, come quella del Sindaco Bloomberg, che ha governato per anni facendo quotidianamente sondaggi su Facebook. Quindi, è possibile che la democrazia evolva in questo senso. Io, però, mi sento ancora fautore di una cultura in cui la democrazia rappresentativa è arricchita, è accompagnata e allarga il suo spettro attraverso le forme della democrazia partecipativa e della democrazia diretta, che è comunque parte del nostro sistema costituzionale.

Da questo punto di vista mi sento anche un po’ lontano dalla proposta, invece, un po’ più “sorelliana” (mi verrebbe da dire) del collega Foti, che coerentemente con la sua cultura politica, che tante volte ci manifesta e non ci tiene nascosta, ha una visione della partecipazione come una sorta di energia vitale che scaturisce in maniera spontanea dal corpaccione corporativo del popolo, andando in questo modo quasi contro liberamente le Istituzioni. Io, invece, penso che non ci sia niente di male nel fatto che la partecipazione sia regolata, anzi lo deve essere, a mio avviso, altrimenti poi diventa qualcosa che rischia di generare problemi che tutti abbiamo conosciuto.

In conclusione mi permetto di dire che, se alla fine siamo qui a sviluppare questa discussione, è frutto, anche questo, della legge n. 3. Come sono frutto della legge n. 3 i tanti progetti che, diversamente, non sarebbero stati elaborati nei Comuni in mancanza dei necessari finanziamenti. Come è frutto della legge n. 3 il fatto che più cittadini si sono avvicinati a una discussione pubblica e politica, anche quando magari non finisce in gloria, ma è comunque un frutto importante. Come è frutto della legge n. 3 il fatto che si genera più cultura politica e più consapevolezza, anche persino quando talune decisioni non vengono prese sulla base delle indicazioni dei cittadini ma vengono bloccate. La partecipazione può servire anche a questo. Come è frutto della legge n. 3 il fatto che oggi abbiamo manifestato così riccamente le nostre opinioni. Come è frutto della legge n. 3 il fatto che vengono presentati tanti progetti. Io sono convintissimo che, senza la legge n. 3, seppure non finanziata adeguatamente, tanti di questi progetti proposti al Garante non sarebbero mai pervenuti.

Questo vuol dire che è tutto perfetto? No. Io ho voluto difendere la legge n. 3 proprio perché vedo molti valori e molti risultati che negli anni ha prodotto. Dopodiché, come diceva giustamente l’assessore e come abbiamo anche ribadito in Commissione, è una legge, come tutte le leggi, perfettibile, che comincia ad avere sulle spalle qualche anno di esperienza, per cui a seguito della competenza maturata e di fronte all’evoluzione della sensibilità della democrazia diretta ci sarà necessità di metterci mano, e credo che tutti insieme realizzeremo volentieri questo lavoro, ciascuno mettendoci la propria cultura.

Rispetto al testo dell’emendamento, così come modificato, ovvero eliminando gli elementi più legati agli aspetti gestionali dei servizi pubblici, che effettivamente sono talmente complicati in termini normativi che spesso risultano difficili persino per gli addetti ai lavori, per cui pensare di coinvolgere i cittadini in esperienze partecipative sulle forme gestionali delle partecipate pubbliche richiederebbe mesi e mesi di corsi giuridici, forse prima di tutto per noi e poi per i cittadini stessi, applicandole invece al tema dei bilanci partecipati, che è un tema già largamente frequentato, credo sia accoglibile anche per noi.