L’Europa e “l’emergenza immigrazione”

Mentre nel vecchio continente tornano a spirare venti che sanno di vecchio e che propongono chiusure, estremismi, politiche xenofobiche travestite da demagogismi e populismi che si traducono nella costruzione di muri, fossati e barriere di filo spinato per respingere uomini, donne e bambini che non sono invasori ma che chiedono solo di poter vivere in una maniera più umana, c’è un’Europa che discute delle migrazioni in maniera decisamente più costruttiva e concreta. Oggi sono a Parigi per partecipare ai lavori della commissione del Congresso dei poteri locali e regionali (organismo che fa parte del Consiglio d’Europa) per delineare quelle linee d’intervento comuni che mancano ancora in modo evidente nella politica dell’Unione Europea.

La proposta che farò come rappresentante italiano sarà di ripartire dalle comunità locali per ridisegnare completamente l’approccio al fenomeno.

Le città e le Regioni non devono più essere considerate il punto finale del processo di accoglienza, bensì sono il primo vero e fondamentale punto di contatto tra il migrante, il richiedente asilo e la comunità ospitante. A loro sono demandate nel concreto la gestione dei processi di identificazione e di identità nei percorsi di integrazione. Non solo per determinare chi è rifugiato, chi è richiedente asilo e chi è migrante, ma anche per attuare una conoscenza più approfondita della persona che si presenta alle nostre porte capendo competenze, progetti e identità culturali.

Dai Comuni e dalle Regioni di tutta Europa, dalle loro esperienze, deve poi nascere quel fondamentale “pacchetto di strumenti” condivisi che deve essere assicurato ai cittadini che chiedono protezione all’Europa: non per buonismo, ma per costruire una società armonica e accogliente, per non creare ulteriori problemi. Dentro deve esserci la formazione linguistica di base, il supporto alle prime soluzioni abitative, il primo accesso al mercato del lavoro e la formazione alla cittadinanza. Senza questi interventi lo straniero sarà sempre “altro”, relegato ai margini delle nostre società e comunità. Un soggetto fragile e disperato che troppo facilmente rischierà di entrare nelle statistiche su degrado o microcriminalità che tanto affliggono le nostre città.

Secondo le Nazioni Unite, il Parlamento Europeo e tutte le principali organizzazioni internazionali, entro il 2050 l’economia del nostro continente avrà bisogno di un numero di lavoratori stranieri che potrà variare dai 40 agli 80 Milioni di persone. Insomma, potremmo avere davvero bisogno di loro. Credete sia intelligente trattare il fenomeno dei migranti solo come un “assalto al continente europeo” da cui difendersi, e a cui resistere?

Non è vero che è la prima volta che affrontiamo una crisi migratoria di questa portata in Europa. Quanti tra voi sanno quanti rifugiati e migranti sono arrivati in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale? E dopo la fine della Guerra Fredda negli anni Novanta? Forse rimarreste sorpresi nell’apprendere che l’attuale Europa è figlia di circa 40 Milioni di persone che arrivarono all’interno della nostra casa comune dopo la caduta del nazismo e che la caduta del Muro di Berlino ha attirato altri 3 Milioni e mezzo di esseri umani in quella che, da sempre, è un imprescindibile punto di riferimento per tutto il mondo. In Francia, ad esempio, cittadini francesissimi, perfettamente integrati, hanno cognomi italiani, tedeschi, spagnoli, armeni, rumeni… Ha un senso difendere col filo spinato una supposta identità europea contro gli attuali flussi migratori, facendo finta di non sapere che siamo già per molti aspetti una “melting pot society”?

Voi cosa ne pensate?

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