SICUREZZA E ACCOGLIENZA

La qualità di nuove politiche di integrazione è un fattore indispensabile per la sicurezza sociale di tutti.

“La risposta non può essere solo securitaria, ogni denaro speso in sicurezza non sarà un costo ma un investimento solo se ci ricordiamo cosa stiamo difendendo”. Così il premier Renzi illustrando le misure previste nella legge di stabilità per la lotta al terrorismo, nel corso di un intervento tenuto ai musei Capitolini di Roma.

A me sembra la strada giusta da seguire.

Abbiamo un grande problema di sicurezza. Parigi e Bruxelles ce l’hanno dimostrato in modo lampante. E questo problema si salda col tema migratorio: un tema che è “epocale”, che ci accompagnerà per diverse generazioni (basta studiare un paio di rilevazioni demografiche) e che quindi dobbiamo deciderci ad affrontare. Non più con le urla, coi proclami, o con le politiche emergenziali, le uniche di cui il nostro paese sembra occuparsi. Ma con politiche strutturali e di “visione”.

index2Per questo Renzi a mio parere ha ragione (del resto avevo già scritto qualcosa di molto simile in un mio post di pochi giorni fa):

  1. La prima cosa da fare è rafforzare gli strumenti di intelligence. Fornire i mezzi necessari alle forze dell’ordine e agli investigatori di casa nostra, perché tutti i luoghi di possibile propaganda siano controllati e le indagini preventive costanti. Difendere gli obiettivi simbolici ed esposti è necessario, ma non basta. Se si spara in un ristorante, non possiamo militarizzare tutto, o peggio ancora, chiuderci in casa come a Bruxelles. L’unica strada è rafforzare la prevenzione.
  2. Prima ancora, sarebbe utile avere una politica estera coesa. Si devono drasticamente ridurre i luoghi dove si combattono delle guerre civili. Libia, Siria, Iraq e moltissimi altri luoghi rappresentano i “bubboni” dove si crea il contagio, dove si sviluppano cioè ideologie criminali e soprattutto dove è possibile addestrare e disumanizzare le persone che poi vengono da noi a sparare. Perché per sparare a bruciapelo ad un essere umano che ha la sola colpa di bere un caffè al bar, bisogna essere andati ben oltre il disumano. Occorre avere demolito la propria coscienza, avere fatto propria quella “banalità del male” che si matura solo in quei luoghi del mondo dove la vita non vale più niente e l’orrore è il pane quotidiano. “Cuore di Tenebra” di Conrad, “La notte” di Elie Wiesel o “La banalità del male” di Hannah Arendt sono libri che mi hanno aiutato a capire e definire quel male che deve essere condannato a livello mondiale . E’ la politica estera ad essere la grande assente dei nostri giorni e perciò, per quanta forza ho, non terminerò di scrivere o impegnarmi contro questa colpevole ignavia. Anche perché, purtroppo, lo scacchiere internazionale risente della scarsa iniziativa italiana ed europea.
  3. Immediatamente dopo la politica estera, l’altra emergenza sulla quale dobbiamo lavorare concretamente è la creazione di una politica dell’integrazione degna di questo nome. Le persone straniere che sono da noi in modo regolare, i loro figli, o li teniamo nel nostro Paese con convinzione, in maniera consapevole, creando le condizioni per la loro integrazione vera, oppure continuiamo a perpetuare i disastri che sono sotto gli occhi di tutti.  Tenerli nei nostri territori e al tempo stesso ricordare loro continuamente che sono sgraditi, coprirli giornalmente d’odio e insulti (soprattutto in  TV), far loro capire che non li sopportiamo, che non ci fidiamo, costringerli a trafile infinite per un permesso in Questura, far loro capire che devono sentirsi tollerati solo e unicamente come uomini di serie B, consegnarli spesso al lavoro nero -e peggio ancora- sfruttarli per trarre indebito arricchimento come hanno fatto schifosamente certe imprese e purtroppo anche certe “pseudo-cooperative sociali”, significa farsi milioni di potenziali nemici. Nemici in casa propria. E’ la cosa più insensata e controproducente che possiamo fare. Una via di mezzo che non ha senso ed è molto pericolosa.
  4. Dobbiamo dire con franchezza che a questa “non-politica” dell’immigrazione hanno puntato da anni le posizioni della destra (con la complicità delle idee alquanto confuse di qualcuno che a parole dice di stare a sinistra). Posizioni che criminalizzano a priori la migrazione, rendendo impossibile quella regolare, tanto che viene spontaneo chiedersi che fine abbiano fatto in Italia le quote di ingresso programmate. L’America quello stesso sistema lo fa funzionare in modo regolare e ordinato da decenni, perchè da noi quella metodica ha miseramente fallito o, più semplicemente, non è stata mai applicata? Tratto solo queste posizioni perchè non ho alcun punto di contatto con chi liquida il fenomeno con un “devono stare a casa loro”. Cosa dire infatti dei “muri” che bisognerebbe costruire e delle questioni etiche e di civiltà che ne conseguono? Volendo essere più pragmatici, mi si dovrebbe spiegare poi come faremmo realisticamente a vivere senza cittadini stranieri, dal momento che non facciamo più figli, se sono gli stranieri che badano ai nostri nonni, se solo loro fanno pulizie, raccolgono pomodori, costruiscono case e macellano bestiame. Basta poi fare due conti per capire come gli stranieri rappresentino anche un’enorme massa economica. I contribuenti di nascita non italiana hanno dichiarato nel 2014 redditi per 45.6 miliardi e versato 6,8 miliardi di Irpef netta: certo molto più di quanto ci possa costare qualsiasi politica di accoglienza e di integrazione. Per questo, con chi è nel nostro Paese in maniera regolare, la strada dev’essere quella di compiere ogni sforzo, economico, culturale e sociale per un’integrazione vera. Ecco perchè bisogna prestare la massima attenzione nel non creare quartieri ghetto ed è meglio se i luoghi di culto sono “ufficiali” piuttosto che precari, clandestini e “fumosi”. Ecco perchè bisogna investire tantissimo sulla scuola, sull’apprendimento della lingua italiana e del complesso sistema di diritti e doveri che regola la nostra vita, sul dialogo interculturale e interreligioso, sulle iniziative di convivenza nei quartieri, tra vicini, etc. Se ci spendiamo due soldi, sono spesi bene, per loro, e per noi.

Non fatemi dire quello che non ho detto e non dirò mai. Se c’è il terrorismo non è colpa delle nostre “non-politiche” di gestione del fenomeno epocale dell’immigrazione. Se uno spara, non è mai per “colpa della società” o di una cattiva integrazione, ma perché lui è un pazzo o un frustrato o un debole plagiato da ideologie sanguinarie: la responsabilità è sua, non del quartiere dove è cresciuto o della società che l’ha ospitato.

Però questo non ci esime dall’essere intelligenti e dal capire che quanto più il quartiereindex funziona e l’integrazione sociale è forte, quanto meno esponiamo persone deboli o poco equilibrate al rischio di radicalizzarsi. Quando ci sono migliaia e migliaia di persone che “odiano l’Occidente”, perché chi si sente disprezzato spesso disprezza, trovare lo squilibrato da reclutare è più facile. Come ai tempi del nostro terrorismo: in un terreno di odio politico e sociale, si selezionarono quelli disponibili a spingersi fino a “fare giustizia” con le P38 e le molotov in mano.

Ecco perché penso che su tutte le migrazioni –in modo particolarissimo sull’attuale questione dei richiedenti asilo- è davvero necessario che il nostro paese cambi passo. Che difenda e promuova la nostra cultura e la nostra identità per poter accogliere quelle degli altri. E che di conseguenza, quindi, sviluppi una politica di intelligenza, razionalità, coraggio strategico e culturale. Esattamente come ha detto Renzi.

Se adeguatamente sostenuto da risorse nazionali e da norme adeguate, un “pacchetto integrazione” potrebbe davvero funzionare sul territorio emiliano-romagnolo, con la nostra capacità di fare sistema, con la forza enorme del nostro grandissimo volontariato…e renderci al tempo stesso più umani e più sicuri.
Un pacchetto che senza isterie e ideologie affronti i temi:

  • Della prima accoglienza materiale e delle successive soluzioni abitative e lavorative;
  • Dei lavori socialmente utili da proporre a chi si sta inserendo, o è qui in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, per “restituire” alla collettività qualcosa di quello che riceve, e per potenziare qualche competenza lavorativa;
  • Della Formazione sistematica (linguistica e professionale) per gli adulti; di un rafforzamento dei percorsi scolastici per i giovani migranti in obbligo scolastico, che li porti fino al conseguimento di un titolo di valore europeo e al sostegno lavorativo, non solo fino al compimento del 18mo anno (dopo il quale spesso finiscono nella terra di nessuno). Insomma, un forte progetto educativo soprattutto sui minori non accompagnati e più in generale strumenti di didattica potenziata nelle nostre scuole a favore delle seconde generazioni;
  • Iniziative di “desegregazione” delle comunità attraverso un’adeguata progettualità sociale sul territorio, basata su iniziative, eventi, promozione culturale… Tutto ciò che può servire all’incontro e alla convivenza tra persone di diversa provenienza.

Un “pacchetto” di politiche da applicare subito a partire dai profughi richiedenti asilo, nei mesi in cui restano qui da noi in attesa di soluzioni. Ma che può e deve fare da modello per tutta l’emigrazione, di ogni tipo, che ci raggiunge da anni e –in barba ad ogni proclama populista- continuerà a farlo ancora per molto tempo.

Tutto questo non è impossibile. Un piano del genere non è denaro sprecato. E’ per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Per il futuro della nostra società.